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Roger Federer Leggenda

Io sono Leggenda

Ieri pomeriggio, al Crandon Park Tennis Center di Key Biscane, Miami, Roger Federer ha conquistato il terzo titolo consecutivo, battendo in finale Rafael Nadal, dopo la vittoria agli Australian Open e al Master 1000 di Indian Wells.

La verità è che abbiamo finito tutti gli aggettivi, noi che ci lasciamo trasportare dalla grandezza delle sue imprese, che ammiriamo estasiati i gesti eleganti e le traiettorie impossibili dei suoi colpi, che rimaniamo incollati alla sedia, allibiti e al contempo elettrizzati nell’assistere a repentini cambi di scena e soluzioni spettacolari, che fino a un momento prima nessuno aveva osato immaginare.

 

Roger Federer ieri a Miami ha vinto il terzo titolo consecutivo della stagione, inanellando una catena di successi incredibili, e disegnando uno scenario che solo un anno fa nessuno avrebbe potuto indovinare.

Sembra la trama di un film. Dopo essere stato per lunghi mesi sull’orlo del baratro, come l’Araba Fenice, Roger Federer risorge dalle sue ceneri.

Dopo una pausa di sei mesi dovuta ad un intervento al ginocchio e, ancora prima, ad una serie di stop forzati per problemi alla schiena, il grande campione rientra sui campi da gioco all’inizio dell’anno e, come se niente fosse cambiato, affronta e sconfigge ogni avversario, giungendo al traguardo finale per ben tre volte di seguito,

A voler ben vedere, è una storia che ha dell’incredibile, soprattutto se consideriamo i fatti alla luce di un’altra prospettiva: Roger Federer è uno dei tennisti più anziani del circuito, e dalla vittoria precedente di Indian Wells, è anche il tennista più anziano ad aver vinto un Master 1000.

 

Ed ora i Master 1000 sono addirittura due, uno in seguito all’altro.

Sono rari i casi in cui un personaggio, che si tratti di sport piuttosto che di tutt’altro, riesca ad entrare nel mito quando è ancora in attività; di solito questo accade al momento del ritiro o, ancora più frequentemente, in una fase postuma.

E invece Roger non è un mito del passato, è qui con noi, in splendida forma e più attivo che mai.

 

La finale di ieri è stata una partita di grande spessore, in cui si sono affrontati a viso aperto due grandi campioni, da sempre amici e rivali, ma il vero grande spettacolo per noi appassionati è stata la semifinale, che ha visto il campione svizzero opporsi all’astro nascente Nick Kyrgios, classe 1995, di quattordici anni più giovane. Il giovane australiano è un atleta naturale che incute timore solo a guardarlo, con il suo metro e novantatré e l’atteggiamento di chi non teme nessuno, forte del suo tennis esplosivo e incontenibile. Kyrgios è l’avversario che nessuno vorrebbe incontrare, dotato di un tennis esplosivo e di un servizio che non ha pari in tutto il circuito per potenza, velocità e precisione.

La partita ha visto opporsi due stili di gioco diversi ma allo stesso tempo simili, poiché entrambi basati sulla ricerca del colpo vincente, senza voler entrare troppo a lungo nello scambio; da una parte la potenza devastante al servizio e nei fondamentali di Nick Kyrgios e dall’altra la classe, l’estro e il talento inarrivabile di Roger Federer.

Sappiamo tutti come sia andata a finire, ma ciò non toglie che la partita si sia giocata costantemente sul filo del rasoio, e la vittoria di Federer è tanto grande quanto sottile è stata la differenza sul campo tra i due giocatori. Ma il tennis è così, è un gioco spietato, che non prevede il pareggio e che attribuisce la vittoria anche solo per un punto di differenza, dopo tre ore di gioco e duecento punti giocati.

Ma se la bellezza del gioco sta nel confronto di stili, oltre che nella tensione di un punteggio sempre incerto, fino all’ultimo momento, anche stavolta possiamo ritenerci soddisfatti, perché, come scriveva D.F. Wallace: “La particolarità sta nel fatto che Federer è Mozart e i Metallica allo stesso tempo”.

Ivan Scotti

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